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Verità negate e coscienze spente: la questione palestinese come specchio morale dell’umanità contemporanea

Verità negate e coscienze spente: la questione palestinese come specchio morale dell’umanità contemporanea

Premessa: oltre la propaganda, verso la verità intera

In un mondo in cui la verità viene truccata, compressa in slogan di parte o inghiottita dal rumore incessante della cronaca, serve un gesto di coraggio: restituire complessità ai fatti e coscienza al giudizio.

La questione palestinese non è un semplice conflitto regionale. È, oggi, il paradigma morale più inquietante del nostro tempo: un popolo confinato, disumanizzato, esposto a una violenza sistemica, mentre la comunità internazionale — pur consapevole — tace.

Scrivere della Palestina, oggi, significa interrogare la nostra capacità collettiva di giustizia, empatia e verità. Ma significa anche farlo senza cadere nel vizio opposto della propaganda inversa: non per parteggiare, ma per comprendere — storicamente, giuridicamente, eticamente.

Questo articolo è un modesto tentativo di colmare un vuoto informativo e morale, al pari di altri mezzi a diffusione limitata che propongono una lettura della realtà, alternativa alla narrazione dominante dell’occidente: non si limita a raccontare i fatti, ma li ricostruisce nel loro contesto originario e nella loro evoluzione fino all’oggi.

Dallo sradicamento storico all’espansione coloniale, dalla manipolazione del linguaggio alla crisi della coscienza, ciò che accade a Gaza interroga la tenuta stessa dell’umanità e il significato della giustizia universale.

Questo silenzio ci riguarda tutti.
E spezzarlo è un atto di lucidità prima ancora che di coraggio.

I. Le radici: dall’antisemitismo al progetto sionista (XIX-1917)

Liberi dal semitismo quanto dall’antisemitismo, e guardando ai fatti senza deviare lo sguardo, è necessario riconoscere che la condizione storica degli ebrei in Europa è stata segnata da una tensione irrisolta tra esclusione e potere.

Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., gli ebrei si dispersero in tutto il bacino mediterraneo e in Europa, dando origine a una lunga diaspora. Privi di uno Stato proprio, vissero per secoli come minoranze apolidi, soggetti alle leggi e agli umori dei sovrani locali. Espulsi ciclicamente da diversi regni — dalla Spagna nel 1492, dall’Inghilterra nel 1290, dalla Francia in più riprese — furono di volta in volta tollerati, ghettizzati o perseguitati, senza mai godere di una piena appartenenza.

Col tempo, anche a causa delle restrizioni imposte, molte comunità ebraiche si strutturarono come entità fortemente coese, con scuole, regole religiose, codici civili interni e meccanismi di mutuo sostegno. Questa chiusura, inizialmente difensiva, contribuì a una distinzione percepita come separazione. Non sempre ci fu un tentativo di assimilazione: talvolta fu impedita, talvolta rifiutata. La percezione esterna si fissò in un’immagine ambigua e persistente.

Tra il XVIII e il XX secolo, con l’espansione dello Stato borghese e l’emergere del capitalismo, le comunità ebraiche, escluse per secoli dai mestieri agricoli e dalle cariche pubbliche, svilupparono forti competenze in ambiti strategici come il commercio, il credito, l’amministrazione e la cultura. Alcune famiglie raggiunsero posizioni di rilievo nei sistemi bancari, editoriali e diplomatici. Questo successo, però, fu osservato con crescente sospetto dalle maggioranze nazionali: l’ebreo divenne, per molti, figura doppiamente scomoda — culturalmente distinta e socialmente influente.

È in questa cornice che si forma, tra Otto e Novecento, una narrazione diffusa del potere ebraico come entità sovranazionale, capace di orientare mercati, governi e rivoluzioni. Una percezione alimentata tanto da sentimenti reazionari quanto da dinamiche economiche reali — e che verrà tragicamente strumentalizzata dal nazionalismo radicale tedesco. Ma ben prima del nazismo, questa ambivalenza aveva già prodotto ondate di antisemitismo, pogrom, fallimenti dei processi di assimilazione e ondate di ostilità diffuse in gran parte dell’Europa.

In questo clima nasce il sionismo politico moderno: non più solo desiderio spirituale di ritorno a Sion, ma progetto nazionale e geopolitico. L’idea, formulata da Theodor Herzl alla fine dell’Ottocento, è semplice e radicale: solo uno Stato ebraico indipendente potrà garantire la sopravvivenza del popolo ebraico in un mondo che lo rifiuta. Palestina e Argentina sono tra le opzioni discusse. Ma la prima, con il suo carico simbolico e la posizione geografica strategica, ottiene un crescente consenso.

Il progetto sionista trova ascolto anche tra alcune potenze coloniali europee, che iniziano a vedere nell’insediamento ebraico in Palestina un possibile strumento di controllo nella regione mediorientale. Un popolo senza terra da insediare in una terra strategica: questa fu, per molti, la formula che rese accettabile — e funzionale — una trasformazione destinata a cambiare la storia.

II. 1917: la Dichiarazione Balfour e l’ipocrisia coloniale britannica

Nel pieno della Prima Guerra Mondiale, il governo britannico dichiara il proprio appoggio alla creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina. Lo fa senza consultare gli arabi palestinesi, che all’epoca costituivano la stragrande maggioranza della popolazione.

Le ragioni di questa scelta non furono filantropiche, bensì strategiche. Apparentemente, si trattava di garantire una patria sicura per gli ebrei perseguitati. In realtà, la dichiarazione rispondeva a logiche di potere: ottenere il favore delle comunità ebraiche internazionali (molto influenti, soprattutto negli Stati Uniti), consolidare l’influenza britannica in Medio Oriente e anticipare una spartizione dell’area in vista del crollo dell’Impero Ottomano.

Il testo della dichiarazione include una formula apparentemente equilibrata: “nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle popolazioni non ebree”. Ma la coabitazione equa era strutturalmente impossibile: come può uno Stato nascere su una terra già abitata da altri senza che questi vengano spossessati e spodestati?

III. La partizione ONU e la Nakba (1947-1948)

Nel 1947 l’ONU propone un piano di partizione della Palestina. Ai sionisti viene assegnato il 56% del territorio, pur essendo una minoranza demografica. La leadership araba palestinese rifiuta: è una proposta ingiusta, imposta da potenze straniere, che ignora il principio di autodeterminazione.

Segue una guerra: le milizie sioniste, meglio armate e organizzate, espellono sistematicamente circa 750.000 palestinesi. Centinaia di villaggi vengono rasi al suolo. Questo esodo forzato è noto come Nakba (“catastrofe”). Non fu un incidente della guerra: fu parte di un piano strategico, il Piano Dalet, predisposto dall’Haganah (la principale organizzazione militare sionista) e finalizzato al controllo territoriale attraverso l’espulsione della popolazione araba.

Israele nasce nel 1948. La Palestina scompare dalle mappe: negli atlanti geografici pre-seconda guerra mondiale, il nome “Palestina” indicava una regione abitata e denominata così da secoli, pur senza uno Stato formalmente indipendente. Dopo il 1948, il termine verrà progressivamente cancellato dalla cartografia occidentale.

L’ONU riconosce Israele, ma lo Stato palestinese non vedrà mai la luce. Il riconoscimento unilaterale dello Stato ebraico fu sostenuto da una combinazione di motivazioni politiche e umanitarie, alimentate anche dal senso di colpa dell’Occidente per l’Olocausto appena concluso. A questo si aggiunsero le pressioni delle grandi potenze, interessate a consolidare un alleato strategico in Medio Oriente. Sebbene il piano di partizione dell’ONU prevedesse la creazione simultanea di due Stati, nella pratica solo quello israeliano ricevette appoggio concreto, diplomatico e operativo: lo Stato palestinese rimase una promessa sulla carta.

La mancata istituzione dello Stato palestinese è il risultato di pressioni, ambiguità giuridiche e interessi geopolitici. Le pressioni provenivano principalmente da Stati Uniti e Regno Unito, desiderosi di stabilire un alleato stabile in una regione strategica per gli equilibri energetici e per il contenimento dell’influenza sovietica. Le ambiguità giuridiche risiedevano nell’assenza di una chiara volontà vincolante da parte dell’ONU, che non prevedeva strumenti concreti per far rispettare l’attuazione del piano. Gli interessi geopolitici includevano il controllo delle rotte petrolifere, la sorveglianza del Canale di Suez e la stabilizzazione di un avamposto occidentale nel Medio Oriente arabo-musulmano.

IV. L’espansione israeliana e l’occupazione permanente (1967-1987)

Con la Guerra dei Sei Giorni (1967), Israele occupa Cisgiordania, Gerusalemme Est, Striscia di Gaza, Alture del Golan e Sinai. L’ONU condanna l’occupazione (ris. 242), ma nessuna sanzione viene applicata.

Ci si chiede: perché? Perché l’applicazione del diritto internazionale viene subordinata al consenso delle potenze maggiori, in primis Stati Uniti, che esercitano il veto nel Consiglio di Sicurezza ogni volta che si prospetta una risoluzione vincolante. Perché Israele è considerato un alleato strategico insostituibile in una regione nevralgica per gli interessi occidentali. Perché, infine, la narrazione pubblica è stata abilmente orientata a giustificare l’eccezione israeliana come “necessità di sicurezza”, disinnescando la questione della legalità.

Inizia la colonizzazione: migliaia di insediamenti illegali di coloni vengono costruiti in Cisgiordania. Gerusalemme Est viene annessa. Nascono check-point, muri, strade per soli israeliani. Tutto questo in violazione del diritto internazionale.

Il popolo palestinese, nel frattempo, viene frammentato, diviso in enclavi, isolato, sorvegliato, ridotto a massa subalterna.

V. Resistenza palestinese, repressione israeliana, propaganda globale (1987–2005)

Nel 1987 esplode la Prima Intifada, una sollevazione popolare prevalentemente non armata, scatenata dalla frustrazione accumulata in decenni di occupazione, umiliazione, segregazione e privazione di diritti basilari. Le immagini di bambini che lanciano pietre contro carri armati israeliani fanno il giro del mondo e per la prima volta l’opinione pubblica internazionale inizia a interrogarsi più seriamente sulla legittimità dell’occupazione.

Nel contempo emerge con maggiore forza l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), fondata nel 1964, che assume la funzione di rappresentanza diplomatica ufficiale del popolo palestinese. Sotto la guida di Yasser Arafat, l’OLP abbandona progressivamente il paradigma militare e accetta il principio della coesistenza con Israele.

Nel 1993 vengono firmati gli Accordi di Oslo, primo tentativo concreto di negoziare una pace duratura. L’OLP riconosce il diritto di Israele a esistere. Israele, formalmente, riconosce l’OLP. Viene istituita l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), con giurisdizione limitata su alcune aree della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Ma la speranza dura poco: gli insediamenti continuano ad espandersi, Gerusalemme resta sotto pieno controllo israeliano, la libertà di movimento è ancora negata. La promessa di uno Stato palestinese è rinviata “sine die” (cioè a tempo indeterminato). La pace viene percepita, da molti palestinesi, come un inganno mascherato: una forma nuova di controllo, travestita da riconciliazione. Il quotidiano resta segnato da check-point, umiliazioni, arresti arbitrari. L’ANP appare, col tempo, come un’amministrazione civile senza reale sovranità, e per alcuni, persino come uno strumento di contenimento interno più che di liberazione. Il sogno della libertà si inaridisce sotto una burocrazia controllata e un’occupazione mai terminata.

Nel 2000 scoppia la Seconda Intifada, più violenta della prima. Attentati suicidi palestinesi colpiscono civili israeliani; la repressione israeliana è brutale: demolizioni di case, omicidi mirati, incursioni militari massive. Gli omicidi mirati compiuti da Israele, talvolta, assumono connotazioni efferate e apparentemente gratuite, come nel caso di bambini sparati alla testa senza alcuna minaccia contingente. Cronache verificate parlano di esecuzioni a sangue freddo che rivelano una deriva ideologica di disumanizzazione: il palestinese, in molti contesti operativi, non è più percepito come un essere umano, ma come una minaccia ontologica (cioè che colpisce non solo la sicurezza fisica o materiale, ma l’identità profonda, il senso di sé o l’esistenza stessa di un individuo, gruppo o nazione). Questo tema, che verrà affrontato nei commenti conclusivi, ha un peso antropologico e morale immenso: riguarda la percezione dell’altro come non umano, fondamento di ogni possibile crimine collettivo.

Nei media occidentali si afferma una narrazione binaria: l’occupazione scompare, e il conflitto viene ridotto a “terrorismo islamico” contro la “democrazia israeliana”. In realtà, il nodo resta quello iniziale: l’assenza di diritti, la negazione di una patria, la frustrazione crescente.

La resistenza armata, in ogni epoca, è stata giudicata criminale dai poteri costituiti e poi riabilitata dalla storia. Ciò che oggi chiamiamo ‘terrorismo’ fu, ieri, il nome dato alla lotta dei partigiani, dei rivoluzionari francesi, dei vietnamiti, dei boeri, degli algerini, e degli artefici del Risorgimento italiano. Il contesto è ciò che distingue la violenza dalla liberazione. La violenza del colonizzatore non è la stessa di chi resiste alla colonizzazione; così come il potere che opprime non può essere messo sullo stesso piano morale di chi tenta, talvolta disperatamente, di spezzare le catene.

«Il terrorismo è la guerra dei poveri, e la guerra è il terrorismo dei ricchi.»
Peter Ustinov (attore e scrittore, ma spesso citato in ambito accademico per la lucidità etica di questa distinzione)

«Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere.»
— spesso attribuito a Bertolt Brecht o Thomas Jefferson (nella sostanza condiviso in diverse varianti da entrambi)

Frantz Fanon, nel suo celebre “I dannati della terra”, sostiene che la violenza del colonizzato non è equivalente, ma risposta storicamente determinata a un sistema di dominio che disumanizza.

Howard Zinn, storico statunitense, ricorda che «la guerra d’indipendenza americana, la rivoluzione francese, la resistenza italiana, furono tutte etichettate come “sovversive” o “criminali” nel loro tempo» — e oggi sono considerate fondative di libertà.

Noam Chomsky ha affermato in più occasioni che «la definizione di terrorismo cambia a seconda di chi detiene il potere», sottolineando l’ipocrisia dei doppi standard internazionali.

VI. La frattura interna palestinese e l’isolamento di Gaza (2006–2023)

Nel 2006 Hamas vince le elezioni legislative palestinesi con un ampio consenso popolare, soprattutto a Gaza. Le elezioni furono giudicate libere e regolari da numerosi osservatori internazionali, inclusi quelli dell’Unione Europea. Tuttavia, la vittoria di Hamas non viene riconosciuta da Israele, dagli Stati Uniti e da gran parte dell’Occidente, che rifiutano di dialogare con un partito considerato terrorista.

Le ragioni ufficiali del mancato riconoscimento risiedono nella presunta incompatibilità di Hamas con i principi democratici e nella sua piattaforma ideologica radicale. Tuttavia, è legittimo interrogarsi se la vera causa del rigetto non sia stata l’indisponibilità occidentale ad accettare esiti democratici sgraditi ai propri interessi strategici e narrativi.

Nel 2007, dopo un breve conflitto civile con Fatah, Hamas prende il pieno controllo della Striscia di Gaza. Fatah, movimento nazionalista laico fondato da Yasser Arafat e oggi forza principale dell’Autorità Nazionale Palestinese, non accetta la legittimità del nuovo governo di Gaza. Il conflitto tra i due movimenti culmina in una rottura politica profonda, che divide i territori palestinesi e indebolisce la coesione nazionale.

Da quel momento, il territorio di Gaza viene sottoposto a un blocco totale da parte di Israele, con la collaborazione dell’Egitto. Quest’ultimo, pur essendo un paese arabo, mantiene una chiusura rigida del valico di Rafah. Le ragioni ufficiali fanno riferimento a timori per la sicurezza e al contenimento dell’influenza islamista. Tuttavia, le vere motivazioni sembrano legate al timore del contagio ideologico di Hamas all’interno dell’opinione pubblica egiziana, e alla pressione costante degli Stati Uniti e di Israele sull’establishment egiziano per mantenere il blocco.

Gaza diventa una prigione a cielo aperto, dove oltre due milioni di persone vivono confinate su una striscia di terra di 365 km², con una delle più alte densità abitative al mondo. L’accesso a beni fondamentali come acqua potabile, elettricità, carburante, medicinali e materiali da costruzione viene controllato o impedito. Il sistema sanitario collassa, l’economia è strangolata, la disoccupazione supera il 50%.

Nel frattempo, Israele lancia periodiche campagne militari su Gaza:

  • Piombo Fuso (2008-2009): dura tre settimane. Uccide circa 1.400 palestinesi, tra cui centinaia di bambini.Viene usato fosforo bianco in aree densamente abitate, una pratica vietata dal diritto internazionale umanitario quando impiegata contro civili o in zone civili. Israele dichiara l’obiettivo di fermare i lanci di razzi, ma il bilancio umanitario è devastante.
  • Margine di Protezione (2014): dura 50 giorni. Circa 2.200 palestinesi vengono uccisi, oltre 500 sono minori. Le Nazioni Unite denunciano il bombardamento di scuole, ospedali, infrastrutture civili. Interi quartieri vengono rasi al suolo.
  • Guardiani delle Mura (2021): 11 giorni di bombardamenti aerei intensi. Oltre 260 palestinesi muoiono, inclusi numerosi bambini. Attacchi colpiscono media center, abitazioni, strutture sanitarie.

Ciascuna operazione lascia migliaia di morti civili, tra cui una percentuale altissima di bambini.

La narrazione dominante in Occidente continua a presentare Gaza come una roccaforte terroristica da contenere, elidendo quasi del tutto — e sistematicamente — il contesto strutturale di assedio permanente che ne condiziona ogni forma di vita, resistenza e sopravvivenza. Così facendo, si distoglie l’attenzione dalle cause storiche e materiali del conflitto, riducendo tutto a una questione di ordine e sicurezza. L’elemento fondamentale dell’asimmetria viene sistematicamente rimosso: tra uno degli eserciti più potenti e tecnologicamente avanzati del mondo, e una popolazione assediata, male armata e impoverita.

In ogni guerra, il modo in cui si raccontano le vittime determina la percezione del giusto e dell’ingiusto. Chi controlla la narrazione, spesso, vince più facilmente della battaglia.

Nel frattempo, occorre ricordare un aspetto essenziale che verrà approfondito più avanti: la società israeliana stessa non è compatta. Una parte consistente della popolazione israeliana si oppone moralmente e politicamente alle derive dell’attuale governo. Manifestazioni, dissidenze interne, dichiarazioni di rifiuto del servizio militare e atti di denuncia civile sono numerosi, anche se sistematicamente oscurati dai media internazionali.

VII. Ottobre 2024 e l’operazione “Carri di Gedeone” (2024–2025)

Il 7 ottobre 2024, Hamas lancia un attacco senza precedenti contro il territorio israeliano. Decine di combattenti oltrepassano i confini attraverso brecce nella barriera di separazione, prendono d’assalto basi militari, postazioni civili, colonie agricole, festival e quartieri residenziali. Più di 1.200 israeliani vengono uccisi, inclusi civili. Centinaia di persone vengono rapite e condotte nella Striscia di Gaza.

L’impatto mediatico è enorme. Ma subito emergono dettagli contraddittori: testimonianze che suggeriscono ritardi sospetti nella risposta militare israeliana, intercettazioni ignorate, movimenti di truppe inspiegabilmente assenti. Diversi analisti ipotizzano che l’intelligence israeliana fosse a conoscenza dell’imminente attacco, ma abbia deliberatamente lasciato accadere l’incursione per giustificare un intervento punitivo su larga scala.

Si tratterebbe di un tipico stratagemma geopolitico di derivazione statunitense, ben noto nella storia contemporanea: creare o lasciar accadere un evento traumatico per legittimare un’azione altrimenti ingiustificabile. Questo schema è stato ampiamente analizzato, anche da fonti ufficiali, nel caso della guerra in Iraq (2003), dove la costruzione di un “movente” – le inesistenti armi di distruzione di massa – fu funzionale a un’invasione pianificata in base a interessi economici e strategici. In molti ambiti accademici e giornalistici internazionali, questo metodo è ormai riconosciuto come forma di ingegneria del consenso attraverso trauma e paura. L’attacco del 7 ottobre, al di là della sua gravità reale, avrebbe potuto costituire l’innesco calcolato per un progetto repressivo già definito.

In risposta, Israele lancia l’operazione ‘Carri di Gedeone’, la più massiccia offensiva su Gaza mai registrata. Il nome richiama la figura biblica di Gedeone, il giudice-guerriero scelto da Dio per colpire il nemico in nome della salvezza d’Israele: un riferimento che trasmette, fin dal titolo, una visione sacralizzata del conflitto. La retorica ufficiale parla di ‘distruggere Hamas’ e ‘liberare gli ostaggi’. Nei fatti, l’intera popolazione civile viene esposta a una campagna di bombardamenti ininterrotti, accompagnati da incursioni via terra, assedi umanitari e operazioni mirate che colpiscono infrastrutture essenziali: scuole, ospedali, centri per l’infanzia, panifici, ambulanze.

Le proporzioni sono senza precedenti:

  • Oltre 35.000 morti in cinque mesi, di cui più del 70% civili.
  • Più di 10.000 bambini uccisi (dato in crescita costante).
  • Ospedali colpiti direttamente, a più riprese.
  • Convogli di aiuti umanitari bloccati o bombardati.
  • Giornalisti palestinesi e internazionali uccisi in numero record.

Pulizia etnica, crimine contro l’umanità, genocidio: non sono slogan, ma definizioni giuridiche ben precise. E secondo un numero crescente di esperti internazionali, a Gaza oggi si verificano tutte le condizioni per considerarle pienamente applicabili.

Craig Mokhiber, ex direttore dell’Ufficio ONU per i Diritti Umani a New York, si è dimesso nel 2023 scrivendo una lettera in cui denuncia:

“Ciò a cui assistiamo oggi a Gaza è un genocidio. È un caso scolastico, sotto la definizione della Convenzione ONU del 1948.”

Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’ONU per i Diritti nei Territori Palestinesi, ha più volte dichiarato che:

“Gli atti commessi da Israele a Gaza potrebbero costituire crimini contro l’umanità, e in particolare genocidio.”

Rapporto del 2024 del Centro per i Diritti Umani di Harvard, firmato da giuristi internazionali, conclude che:

“Le condizioni soddisfano tutti e cinque i criteri previsti dalla Convenzione ONU sul genocidio.”

Amnesty International e Human Rights Watch parlano già da anni di “apartheid” e “crimini di guerra sistematici”, e dopo l’operazione del 2024 hanno aggiunto la possibilità concreta di crimini di genocidio.

La definizione di genocidio secondo la Convenzione ONU del 1948, all’art. II, recita:

“Per genocidio si intende uno qualsiasi degli atti qui elencati, commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: (a) uccisione di membri del gruppo; (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale; (c) sottoposizione intenzionale del gruppo a condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica totale o parziale; (d) misure miranti a impedire nascite; (e) trasferimento forzato di bambini ad altro gruppo.”

Tutti questi criteri, in forme documentate, sono applicabili al caso di Gaza. Eppure, la reazione internazionale è, nella maggior parte dei casi, tiepida, ambigua, o ipocritamente equidistante. Mentre le immagini di bambini smembrati e madri urlanti riempiono i social alternativi, i principali canali occidentali parlano di “rischi umanitari” e “necessità di sicurezza”.

A Gaza, intanto, non esistono più quartieri intatti. La città è un campo di macerie.

VIII. Complicità internazionale, doppio standard e disumanizzazione come paradigma globale

Mentre Gaza brucia, la reazione delle potenze occidentali si rivela un banco di prova disastroso per la credibilità morale e giuridica dell’ordine internazionale. Gli Stati Uniti continuano a fornire armi, finanziamenti e copertura diplomatica a Israele, bloccando sistematicamente ogni tentativo di condanna vincolante presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. In parallelo, l’Unione Europea si limita a esprimere “preoccupazione” e a invocare generiche tregue umanitarie, senza mai mettere in discussione i trattati di cooperazione militare e tecnologica con Tel Aviv.

Il confronto con altri conflitti è impietoso. Nel caso dell’invasione russa dell’Ucraina, la reazione fu immediata, compatta, e fondata sul diritto internazionale. Ma qui emerge un ulteriore paradosso: la reazione dell’Occidente è stata tanto veemente quanto miope nella memoria storica delle sue stesse responsabilità.

Le cause profonde del conflitto in Ucraina sono state spesso omesse, distorte o minimizzate. Tra i tentativi più significativi di prevenire l’escalation vi furono i cosiddetti Accordi di Minsk (I e II), firmati nel 2014 e nel 2015, con l’obiettivo di ristabilire una tregua tra il governo ucraino e le repubbliche separatiste del Donbass.

Tali accordi, sebbene imperfetti e mai pienamente attuati, rappresentavano un percorso diplomatico per contenere il conflitto e limitare l’avanzata di logiche espansionistiche, inclusa quella della NATO. Tuttavia, vennero regolarmente disattesi, contribuendo all’erosione della fiducia reciproca e al progressivo collasso dell’equilibrio regionale.

L’avanzata della NATO verso Est, in violazione di accordi impliciti e dichiarazioni diplomatiche post-perestroika, la persecuzione delle aree russofone nel Donbass, l’avvento al potere di forze apertamente neonaziste dopo il colpo di Stato del 2014, la presenza documentata di laboratori biochimici statunitensi in territorio ucraino, e l’ingerenza americana nella formazione dei governi ucraini successivi: tutti elementi che hanno contribuito a provocare la reazione russa. Nulla di tutto questo giustifica la guerra, ma tutto questo contribuisce a comprenderne l’origine.

Quando si tratta di Israele, ogni violazione, anche la più palese, viene invece relativizzata, rinviata, giustificata. Non solo doppio standard, dunque, ma anche disconoscimento selettivo delle proprie provocazioni e manipolazioni geopolitiche. È l’atto di giudicare severamente l’altro, mentre si occultano — o si rimuovono — le proprie responsabilità storiche e sistemiche. Questo doppio standard mina la legittimità dell’intero sistema delle relazioni internazionali.

“Un diritto che vale solo per alcuni non è diritto, ma potere mascherato da legalità.”

Dietro il linguaggio diplomatico si cela una verità più cruda: Israele rappresenta un bastione strategico dell’Occidente, una piattaforma militare, tecnologica e ideologica utile al controllo della regione. Non è l’eccezione: è la regola mascherata da eccezione.

In parallelo, il ruolo dei media mainstream diventa cruciale. L’uso di espressioni come “conflitto complesso”, “reazione sproporzionata”, “errori operativi” serve a neutralizzare la percezione morale degli eventi. Le parole “occupazione”, “colonialismo”, “pulizia etnica” vengono accuratamente evitate. Gli editoriali più influenti costruiscono un linguaggio anestetizzante che trasforma il massacro in una cronaca tecnica, oppure tacciono ad arte.

Ma il nodo più profondo, e più inquietante, è antropologico: la disumanizzazione sistematica del popolo palestinese. In gran parte del discorso pubblico, i palestinesi non sono soggetti di diritti, ma oggetti di sospetto. Il loro lutto è invisibile, la loro morte statisticamente tollerabile. I bambini uccisi non fanno notizia, o peggio: diventano numeri senza volto.

Questo processo è il presupposto necessario per ogni genocidio. Prima si negano i diritti, poi l’identità, infine l’umanità stessa. Il passo successivo è la cancellazione fisica. E quando questa avviene sotto gli occhi del mondo, e nonostante ciò resta impunita, siamo davanti a una frattura irrimediabile della coscienza globale.

IX. Le radici ideologiche del sionismo e la “Grande Israele” come progetto implicito

Al di sotto delle politiche contingenti, esiste un immaginario persistente che alimenta molte delle scelte più estreme dei governi israeliani: l’idea biblica della Grande Israele, che abbraccerebbe i territori tra il Nilo e l’Eufrate.

Questa visione, pur non esplicitata ufficialmente dalla diplomazia israeliana, è presente in documenti, mappe, dichiarazioni di esponenti religiosi e politici, simboli militari, retoriche scolastiche e propaganda radiotelevisiva. In alcuni casi, persino le uniformi dei soldati israeliani riportano patch che raffigurano l’intera area della “Eretz Israel HaShlema” – La grande Israele.

Il sionismo originario, nato come movimento di autodeterminazione per un popolo perseguitato, si è evoluto in alcune sue componenti più radicali in una ideologia di espansione, elezione e dominio territoriale. Le più diffuse componenti religiose di matrice ultra-ortodossa  considerano la “terra promessa” come diritto divino esclusivo, indipendentemente dalla presenza di altri popoli.

Questa ideologia ha alimentato:

  • la giustificazione dell’occupazione permanente,
  • l’espansione degli insediamenti,
  • la cancellazione della toponomastica araba,
  • la demolizione sistematica delle memorie palestinesi,
  • e la convinzione che nessuna trattativa possa sovvertire un diritto considerato eterno e non negoziabile.

Il progetto della Grande Israele, anche quando non dichiarato, funge da orizzonte ideologico sempre presente anche quando non esplicito. Serve da sfondo a ogni politica di “annessione silenziosa” e consente di tollerare l’illegalità come mezzo legittimo. La realtà sul terreno conferma questo paradigma: i territori palestinesi vengono assorbiti gradualmente, recintati, svuotati, e successivamente rivendicati come “parte del tutto”.

Oggi, Israele esercita un controllo diretto o indiretto su circa il 90% della Palestina storica, attraverso annessioni formali, occupazione militare, insediamenti e gestione unilaterale del territorio.

Questo include:

L’intero territorio dell’ex Mandato britannico esclusa Gaza (oggi sotto assedio e senza sovranità effettiva).

La Cisgiordania, formalmente “autonoma” in alcune aree ma in realtà frammentata da colonie, check-point, zone militari e barriere; circa il 60% è sotto pieno controllo israeliano (Area C), e il resto è sotto controllo misto o parziale.

Gerusalemme Est, annessa unilateralmente.

I confini effettivi non corrispondono a quelli riconosciuti internazionalmente, ma ai fatti compiuti sul terreno.

X. Oltre la politica: lettura morale, spirituale e antropologica del conflitto

Ogni conflitto armato mette alla prova il senso stesso dell’umano. Ma pochi, come quello israelo-palestinese, interrogano così radicalmente la nostra capacità di riconoscere l’altro come essere umano. Ciò che si sta consumando a Gaza non è solo una catastrofe geopolitica: è una crisi ontologica, una frattura nel modo stesso in cui concepiamo l’essere umano, l’identità e il valore della vita

Nelle immagini dei bambini dilaniati, delle madri che scavano tra le macerie, dei corpi sparsi sotto tende di fortuna, è in gioco molto più di una contesa territoriale. È in gioco il principio stesso di riconoscimento reciproco: la capacità di percepire l’altro non come un ostacolo da rimuovere, ma come un soggetto dotato di dignità, di sofferenza, di desiderio di vivere.

“Quando un bambino o un essere umano in genere viene ucciso e non genera più empatia, ma viene trattato come effetto collaterale accettabile, allora la civiltà è già crollata dentro di noi.”

La disumanizzazione del palestinese è una patologia che non riguarda solo Israele: riguarda l’intero Occidente. Riguarda ogni essere umano che si abitua all’ingiustizia, che rimuove la compassione, che accetta il crimine purché ordinato. Riguarda la civiltà delle “libertà” e dei “diritti umani”, considerati tali solo quando convenienti.

Questa crisi interroga anche le religioni, quelle stesse fedi che proclamano l’amore universale, il valore della vita, la fratellanza dei popoli. Eppure, troppe volte, sono state mobilitate per giustificare il dominio, l’esclusione, la violenza sacralizzata. Il conflitto in Terra Santa, paradossalmente, è diventato il luogo in cui Dio viene invocato per negare l’altro. Ma ogni spiritualità autentica, se veramente tale, non può che rifuggire questo abisso.

Allo stesso tempo, l’Occidente laico ha fallito nel suo autoproclamato umanesimo. L’umanesimo è diventato gestione, burocrazia, semantica legalista. Non un’azione concreta di protezione, ma una retorica sterile. In nome della “complessità”, si tollera il genocidio. In nome della “realpolitik”, si accetta l’eccidio.

Nel profondo, questa è anche una crisi antropologica: la capacità di convivere con l’orrore senza perdere il sonno; l’abilità di scrollare immagini insopportabili come si sfoglia una pubblicità. Gaza è diventata lo specchio della nostra anestesia.

La questione palestinese non è una “questione”. È un orizzonte morale. Una frontiera tra il dire e il fare. Tra il proclamare valori e il tradirli. Tra il vedere e il voltarsi.

Non esiste futuro pacifico per l’umanità se una parte di essa può essere cancellata nell’indifferenza. Se un popolo può essere annientato, giorno dopo giorno, nella legittimazione silenziosa degli alleati, dei media, degli osservatori, degli intellettuali.

Non esiste pace se non si ristabilisce giustizia. Non esiste giustizia se non si riconosce il dolore dell’altro. E non esiste riconoscimento se non si spezza il muro della nostra complicità.

Il risveglio della coscienza comincia da qui: dall’avere il coraggio di guardare, l’intelligenza per capire, un cuore per sentire.

Senza retorica. Senza difese. Con radicale onestà.

Solo così, Gaza smetterà di essere una ferita aperta sulla terra. E inizierà ad essere una soglia da cui ricominciare a essere umani.

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